portfolio

Il peso dell'eco

Il corpo come cavità di risonanza.

Concept Statement

Input

Questo lavoro indaga il corpo come cavità di risonanza.
Uno spazio concavo in cui ciò che non ha più forma continua a vibrare.

Non ci sono apparizioni, né narrazioni dichiarate. C’è una giovane donna dentro un’architettura curva, segnata, trattenente. Un luogo che non è semplice sfondo ma contenitore. Una struttura che amplifica ogni gesto minimo, ogni inclinazione del capo, ogni sottrazione dello sguardo.

Qui il fantasma non è figura. È pressione.
Non si vede, ma modifica ciò che vediamo.

La cavità non è vuoto: è un interno abitato.
In questa tensione tra presenza e assenza, tra visibile e latente, emerge una condizione fragile e potente insieme: quella di chi vive attraversato da ciò che non ha più corpo, eppure continua a bussare dentro.

percezioni

Sui Fantasmi Del Quotidiano

Questo lavoro si muove in uno spazio chiuso, curvo, segnato dal tempo. Una cavità urbana che trattiene. Sopra, una striscia di cielo: non abbastanza ampia da essere salvezza, abbastanza sottile da sembrare una ferita.

Dentro questo spazio una giovane donna. Non posa, non racconta un evento. Si inclina, si copre, si sottrae. I capelli diventano maschera, il maglione una seconda pelle che protegge e insieme espone. Il volto appare e scompare. Non c’è mai un’identità pienamente consegnata allo sguardo.

Il cuore del lavoro sta qui: in ciò che non si vede ma modifica ciò che vediamo.

Queste immagini non mettono in scena un’apparizione. Non c’è un fantasma riconoscibile. Eppure qualcosa insiste. Si percepisce nella tensione delle spalle, nella torsione del collo, nel gesto che copre gli occhi. È una presenza fatta di assenza. Non ha corpo proprio, ma abita il corpo. Non ha volto, ma ne altera i lineamenti.

I fantasmi del quotidiano, in questo progetto, non sono figure esterne: sono tracce interne. Sono memorie che non si sono dissolte. Sono paure senza nome preciso, aspettative interiorizzate, parole non dette che rimangono in sospensione. Vivono nelle pieghe del gesto, nelle micro–contrazioni, in quella vibrazione che attraversa il corpo quando qualcosa riaffiora senza dichiararsi.

La ripetizione dello stesso luogo amplifica questa sensazione. Ogni fotografia è una variazione minima. Come un’eco che non si spegne. Il passato non è tematizzato, ma respira nel presente della postura, dello sguardo, della pelle. La parete alle spalle della figura diventa superficie di memoria: stratificata, graffiata, silenziosa. Non racconta una storia precisa, ma trattiene le tracce.

Il progetto dialoga con l’idea che il fantasma non sia soltanto minaccia. Può essere protezione, può essere potenzialità sospesa. Il maglione che avvolge il corpo è rifugio, ma anche segno di vulnerabilità. La maschera dei capelli non è solo nascondimento: è uno spazio di ascolto, un modo per restare in contatto con ciò che non ha ancora forma.

Ogni fotografia racchiude la propria eco. Non mostra il ricordo, ma il modo in cui il ricordo modifica la presenza. Qui il tempo non è lineare: si deposita. Non scompare, ma si stratifica nei gesti quotidiani.

Questo lavoro non chiede di vedere un fantasma.
Chiede di riconoscere come il quotidiano sia abitato da presenze latenti.

Di ascoltare ciò che non ha più corpo, eppure continua a bussare nel modo in cui incliniamo la testa, nel modo in cui ci chiudiamo, nel modo in cui restiamo in piedi dentro uno spazio che ci contiene.

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